Il beneficio parrocchiale della chiesa della Gabella tra Ramacca e Mazzarrone
La prima parrocchia di Mazzarrone, la chiesa madre, la parrocchia San Giuseppe, eretta nel 1908 dal vescovo mons. Damaso Pio De Bono, trae origine, è stata per così dire generata, germinata dal territorio di Ramacca.
La nascita della parrocchia s’innesta in un’antica chiesetta rurale, dal passato interessante, intitolata dapprima a San Giacomo e dopo a «Maria Santissima della Gabella» quando nel 1644 fu eletta a Patrona della città di Caltagirone».
La chiesa, più comunemente chiamata «la chiesa della Gabella», era ubicata all’interno dell’omonima costruzione, torre, il cui nome trae origine dalla tenuta della Gabella, compresa, un tempo, fino al XIX secolo, nell’antica baronia di Camopietro. La baronia fu possedimento della città di Caltagirone e suolo pregno di significativi eventi storici, economici e religiosi.
La parte di territorio, comprensiva della Gabella venne incamerato, in seguito al riordinamento territoriale dei comuni (attuato dopo l’unità d’Italia) e alle nuove circoscrizioni territoriali, dal comune di Ramacca, al quale ancora oggi appartiene.
«La Gabella» è posta ai margini della Piana di Catania, nella valle dove scorre il «fiume delle Canne», affluente del Gornalunga o Gabelle, che solca, a sud, il monte Judica.
L’origine della chiesa della Gabella si ricollega alla ruralità; è legata all’insediamento nelle campagne e costituisce traccia del potere della città nel territorio. La nascita della chiesa, si colloca nel XVI secolo, mentre una comunità risiede sui luoghi e corrisponde ad un periodo di forte accentramento della proprietà.
Promuovere la fondazione di una chiesa rappresentava uno strumento di promozione economica del territorio su cui la chiesa veniva fondata, in quanto la chiesa era un potente polarizzatore della popolazione ivi disseminata, a cui veniva attribuita la capacità di catalizzare i processi di colonizzazione, favorendo così nuovi stanziamenti.
Da parte del comune di Caltagirone, sulla chiesa della Gabella venne fondato un beneficio ecclesiastico di giuspatronato laicale, per la nomina dei canonici, di natura contrattuale. Il giorno 24 giugno 1912 con la riforma del patronato, il municipio di Caltagirone rinunciò, però, a favore del vescovo, al suo diritto di nominare le dignità, i canonici ed i mansionari.
Il casamento venne costruito per comodità degli affittuari di detta baronia, con la funzione dell’esazione della gabella per il comodo del tesoriere. La Gabella costituì, pertanto, un luogo nevralgico della baronia di Camopetro e centro amministrativo, giudiziale e religioso di quel territorio, ove Caltagirone vi costruì le abitazioni per gli amministratori delegati e, inoltre, la torre, i magazzini, le stalle, le cisterne, il fondaco, la chiesa e l’abitazione per il parroco, i cappellani e i sagristi.
Nel nome «Gabella» e nella sua etimologia è insita la sua stessa origine. Il termine gabella dall’arabo qaba?la (garanzia, cauzione, contratto) indica infatti varie forme di contribuzione, imposte e tasse.
Dalle notizie documentali relative alla Gabella emergenti dal Bollettino della Società di Storia Patria e Cultura, in particolare dalla relazione delle rovine cagionate alla città di Caltagirone dai terremoti del 9 ed 11 gennaio 1693, risulta che si tratta di un sito fortificato, sede delle transazioni tra gli ufficiali del comune ed i concessionari dei feudi.
Il casamento della Gabella, durante il terremoto del 1693, subì dei danneggiamenti. Gli atti del terremoto ci forniscono non solo un quadro dei danni ma anche notizia degli ambienti.
Un esposto del Senato della città di Caltagirone al re descrive: «Precipitò in buona parte un fundaco, fu sconquassata la torre e stanze della Gabella dove risiede il Thesoriero per l’esigenza dei formenti dell’Università” […]
Dai Discarichi dell’Archivio di Stato di Catania, sez. di Caltagirone risultano nei conti di introito ed esiti del 1694 e 1696 le spese effettuate a seguito del terremoto del 1693 per il «fondaco» della Gabella, la «torre» e le «case» della baronia di Camopietro, dove si trovava la chiesa della Gabella.
Dalla documentazione dell’Archivio di Stato di Catania, sezione di Caltagirone, fa parte un fascicolo in cui risulta la costruzione di stanze nella Gabella; a decorrere dal 1° luglio del 1539 sono elencate tutte le spese occorrenti per la costruzione delle stesse.
Dalle carte di archivio emerge che “la Città ingabellava il Fondaco”. Il fondaco era un grande ambiente coperto con stalle, mangiatoie, fienile e fungeva da albergo per uomini e animali ed era luogo di sosta e di riparo per gente in viaggio»; ciò perché la Gabella era crocevia. Da un esposto del Senato civico caltagironese diretto al vicerè, nel settembre del 1684, risulta che le stanze e magazzini utilizzati dai tesorieri di detta città in tempo del raccolto e vendita di frumenti che si esigono ogni anno dai padroni delle tenute, si ritrovano in buona parte rovinati perchè Carmine Carone, ladro famoso, con la sua compagnia assaltò dette stanze nelle quali allora si trovava il tesoriero di detta città e per costringerlo ad arrendersi fece appicare il fuoco alle porte, con conseguente rovina di buona parte del fabbricato.
Della Gabella danno notizia vari autori:
Vito Maria Amico che descrive che la «Gabella” ha nome da una osteria che accoglie i viandanti». Di tale osteria parla Tommaso Fazello, Giovanni Andrea Massa e Amodei.
Nunzio De Rensis dà notizia che il comune di Caltagirone riottenne, tra il 1790 ed il 1792, parte di alcuni feudi tra cui la Torre della Gabella.
«La Gabella» un tempo costituiva un esempio interessante d’architettura rurale; lo testimonia ancora il muro di cinta cinquecentesco, di quella che fu una masseria fortificata. Oggi i resti di quella che fu la chiesa della Gabella e degli annessi magazzini risultano inglobati in una nuova costruzione rurale, una masseria, alla quale si accede con una viabilità di tipo aziendale.
Il luogo, al centro della Piana di Catania e distante da ogni centro abitato, risultava alquanto isolato. La Gabella compare, nel 1720, in una carta del barone cartografo Samuel von Schmettau, segnata come «Capella» e «Feudo della Capella»; vicino sono indicati i «Giardini di Ramacca».
Dai documenti dell’Archivio Diocesano di Catania (Iudica, Miscellanea Antica Diocesi 1619-1828 – Inventario visite pastorali) risultano le visite pastorali all’eremo di Iudica e tra queste la visita al
Feudo della Gabella, in particolare la nomina di visitatore delegato per la visita pastorale alla parrocchia S. Maria in Conadomini della Gabella: 3 ottobre 1808
Rescritto
D. Antonino Trigona, vicario generale del vescovo di Catania Carmelo Deodato Moncada, nomina D. Michele Caruso vicario foraneo di Ramacca visitatore della chiesa di S. Maria di Cona Domini esistente nella Baronia di Camopetro, detta della Gabella
Tra i cappellani della Gabella:
§ Sac. Gurreri (primo curato)
§ Sac. Balbo
§ Sac. Niccolò Gerbino
§ Don Benedetto Panebianco di Iaci: 1693
§ Cappellano D. Nicolò Romano: 1767
§ Sac. D. Bartolomeo Galvano: 1767
§ Cappellano Sac.te Michele Gerbino: nel 1846 fino al 1851
§ Can. Carmelo Carfì: 1851
§ Sac. Litterio Zinna: 1850-1856
§ Don Giuseppe Scuderi: 1907
§ Cappellano Secondo Giuseppe Costanzo: 1907
§ Can. Mario Grammatica: 1913
§ Cappellano Giacomo Branciforti: 1913
Presso l’archivio parrocchiale della chiesa San Giacomo di Caltagirone vi è la Disposizione di mons. vescovo Benedetto Denti al canonico Carmelo de Carfì «Privilegio del Can.co della Gabella»: 5 dicembre 1852.
Il cappellano che ad instar parochi reggeva la parrocchia rurale della B.V. Maria de Conadomini presso l’antica chiesa della Gabella, aveva anche la cura delle anime dei coloni del feudo di Giardinelli (oggi Castel di Iudica) prima che questa venisse aggregata, come frazione, al comune di Ramacca ed in seguito elevata, quale insediamento principale, a Comune di Castel di Judica; detta cura venne assicurata, sino alla metà dell’Ottocento.
Il cappellano officiava anche nella chiesa di Santa Maria del Rosario della frazione Giumarra, che nel 1848 fu elevata a curazìa, dipendente dal vicariato foraneo di Ramacca.
La chiesa della Gabella in origine faceva parte dell’Archidiocesi di Catania, dove vigeva la parrocchialità unica in persona dell’Arcivescovo.
La chiesa della Gabella, eretta a parrocchia nel 1792, appartenne alla diocesi di Catania fino al 1844, cioè fino a quando, con la revisione delle diocesi siciliane, il territorio della diocesi di Caltagirone, dismembrato nel 1816 dalla diocesi di Siracusa, di cui faceva parte, acquistò Ramacca. In particolare con la bolla pontificia In suprema militantis Ecclesiae di Gregorio XVI del 20 maggio 1844, Ramacca e le sue frazioni, compresa Giardinelli, fu dismembrata dalla diocesi di Catania ed aggregata alla diocesi di Caltagirone. Venuto meno il 29 luglio 1908 il beneficio parrocchiale, trasferito alla chiesa San Giuseppe in Mazzarrone, la Gabella venne compresa tra le terre costituenti i limiti territoriali della nuova parrocchia di Ramacca, eretta da mons. Damaso Pio De Bono il 24 ottobre 1909, sotto il titolo della Natività di Maria Santissima.
Il prof. Antonino Guerriero ci fornisce la descrizione degli ambienti della Torre, all’interno della quale insisteva la chiesa della Gabella, attraverso la pubblicazione nel 1885 delle epigrafi della Gabella: abbiamo indicazione della sagrestia, di quattro porte interne, del campanile e di un altare maggiore. Le testimonianze epigrafiche rinvenute nella chiesetta indicano una non trascurabile presenza delle élites in quell’ambito rurale.
In uno schizzo del 1569, relativo a Camopietro, dell’Archivio di stato di Palermo Tribunale del Real Patrimonio – Riveli, risultano «le case della Gabella» con la chiesa e la torre:
La parte interna della chiesa e tutti gli arredi risultano dagli inventari, molto utili e significativi perchè ci danno una testimonianza di prima mano e ci forniscono un considerevole numero di informazioni sullo stato e la consistenza delle chiese in un preciso momento storico. In particolare risultano interessanti i seguenti inventari:
- Inventario dei beni mobili della chiesa della «Gabella» (Ramacca): 13 ottobre 1851- Sac.te Carmelo Can. Carfì (Archivio parrocchiale Chiesa San Giacomo di Caltagirone)
- Inventario di oggetti preziosi ed arredi sacri nella chiesa della Gabella: 8 Novembre 1895 (Archivio Diocesi di Caltagirone).
La chiesa della Gabella, assorbita all’interno della struttura della masseria omonima, costituì un centro di intensa religiosità.
La costruzione della chiesa risale all’anno 1537. La chiesa sorse per opera dell’Università di Caltagirone. Il Senato Civico, magistrato municipale, nel 1792 vi istituiva una cappellania nella chiesa dedicata alla Beata Vergine; in essa erano amministrati tutti i sacramenti tranne i matrimoni.
La chiesa a seguito del declassamento ha continuato a svolgere la funzione cultuale ordinaria fino al 1913 circa; dopo, mantenne il culto a mezzo di un cappellano che, saltuariamente, in particolare nei giorni festivi, vi celebrava la messa. Si ha notizia che nel 1945 questa era già un rudere, avendo subìto danni a seguito dei bombardamenti dell’ultima guerra.
La chiesa quando era funzionante ed aperta al culto, riceveva tutti gli atti di trascrizione dei nati e dei morti, che appartenevano alla sua circoscrizione, comprendenti i nuclei urbani che si erano formati negli ex feudi di Giardinelli, Bifera, Giumarra e Raddusa […]. I registri degli atti di nascita, che fino allora erano stati raccolti da un cappellano e custoditi nella chiesa di Gabella, furono portati a Ramacca nel 1820».
Una intervistata ricorda che negli ultimi tempi la popolazione si diradava, per cui andavano a messa in pochissimi e i più assidui cercavano di non mancare, per essere almeno in tre ad assistere alla celebrazione.
Un signore di Ramacca, testimonia che la chiesa era grande e bellissima, con annessa sagrestia e magazzini. Egli dice di avere ancora vivo il ricordo della chiesa perché lavorava nei magazzini e granai attigui sin dall’età di 10 anni; Lo stesso racconta che in estate, nel periodo luglio-agosto, c’era il palio, con la corsa dei cavalli. Il parroco, che occasionalmente officiava, verso il 1935, era collaborato da un sacrestano.
Purtroppo la chiesa non esiste più; il sito è occupato da una costruzione adibita ad attività agricola, da cui sono visibili, esternamente, alcuni ambienti antichi riadattati.
Circa 40 anni fa, l’edificio vetusto e cadente fu parzialmente demolito e venne conservata l’abside a forma semicircolare con pietra a vista, inglobata nella nuova costruzione, ed il muro perimetrale a questa congiunto, nonché tre porte d’accesso. Inoltre, i magazzini sono stati ricostruiti recuperando alcuni muri perimetrali, che risultano congiunti ai nuovi. Sulla sinistra a fianco dell’abside, il muro di cinta, in pietra, della masseria fortificata, in buona parte diroccato, ancora resiste al trascorrere degli anni.
L’attenzione mostrata dalla città di Caltagirone per la lontana chiesa rurale della Gabella è documentata dal suo patrimonio artistico. Un cimelio è costituito da una pregevole pisside cinquecentesca, interamente in argento, finemente cesellata e bulinata, portante nella coppa le armi della città e sulla base la data 1588, in atto custodita presso il museo civico di Caltagirone. La pisside, rimase pignorata per tanto tempo presso il Monte di Pietà di Caltagirone; recuperata negli anni sessanta dal prof. Antonino Ragona.
Due pannelli in maiolica dell’Ottocento, di Giuseppe di Bartolo, rinomato ceramista calatino, che al momento hanno trovato alloggiamento nel centro parrocchiale culturale Sturzo di Mazzarrone, con tutta probabilità provengono anche essi dalla Gabella.
Uno dei due pannelli, raffigura San Giacomo, la beata Lucia da Caltagirone e la Madonna di Conadomini; L’altro, riproduce l’immagine di San Pasquale
La deduzione che provengano dalla Gabella è data dal fatto che sullo sfondo della maiolica dipinta con l’immagine di san Pasquale è raffigurato un fabbricato con annessa torre, i cui ambienti sono quelli della Gabella; l’altro elemento è dato dal fatto che alcuni beni della Gabella hanno costituito la prima dotazione della primigenia chiesa San Giuseppe.
Il prof. A. Ragona mi ha raccontato di essere stato sollecitato da don Luigi Sturzo, verso il 1956, a recuperare le mattonelle maiolicate che rivestivano il campanile della Gabella, le ceramiche che si trovavano collocate nell’altare e il lavabo in ceramica, e che non arrivò in tempo.
Dai ricordi della gente del luogo emerge una chiesa ben ornata. Un vecchietto di Ramacca ricorda un paio di statue ed alcune tele sugli altari minori, le lapidi ed il campanile alto e bellissimo, con una scala a chiocciola che conduceva alle campane. Lo stesso afferma che le lapidi ed una campana, contenenti delle iscrizioni, negli anni cinquanta, furono deposte negli annessi magazzini e che detta campana, in atto, è collocata nel campanile della chiesa madre di Ramacca. C’è chi sostiene che sulla campana, collocata nella parte prospiciente il portone d’ingresso principale alla chiesa, fosse impressa l’effigie di Maria SS. di Conadomini, alla quale era intitolata la parrocchia della «Gabella», ed un’epigrafe. Si ha notizia, inoltre, della fusione della campana, avvenuta durante il parrocato di mons. Francesco Novello, nel ventennio relativo agli anni quaranta-sessanta, ma di tale effigie non risulta più alcuna traccia. L’iscrizione è stata comunque conservata ed è la seguente:
A SPESE DEL COMUNE DI RAMACCA - 1874 - FRANCESCO DIMAURO COSTRUTTORI CATANIA
Un’altra campana proveniente dalla Gabella, a sua volta dalla chiesetta San Michele Arcangelo sul Monte Iudica è posta sul campanile della chiesa san Giuseppe in Mazzarrone. La sua fusione risale al 1741; contiene delle epigrafi, disposte su più righi.
S. MICHAEL O.R.P. – 1741 –
S.T.D.D. FRANC PUGLISI ARC –
FRANX ARLOTTA. P –
Al centro della campana la sigla I H S sormontata dalla croce, all’interno di un fregio raggiato, di forma ottagonale.
Con il trasferimento la parrocchia di Mazzarrone ebbe in dono dalla Gabella anche un fonte battesimale.
Per quanto riguarda le cause che generarono il trasferimento del beneficio parrocchiale la motivazione è quella che nelle feconde contrade di Mazzarrone la popolazione, si andava agglomerando diventando sempre più numerosa, mentre le motivazioni che nel Cinquecento portarono alla nascita della chiesa della Gabella, che consistevano nell’offrire il servizio religioso ad un cospicuo numero di abitanti, agli inizi del novecento erano venute a cadere per «lo agglomeramento degli abitanti a Ramacca, Giardinelli e Giumarra, e perché l’agro comunale della Gabella fu in gran parte censito». Questa la causale emergente dalla deliberazione del comune di Caltagirone del 31 marzo 1908, vistata da S.E. il Prefetto il 15 giugno 1908 n. 5069.
In verità, la popolazione si era abbarbicata sulle pendici del monte per sfuggire alla malaria che regnava a valle e per le pratiche religiose, la gente del luogo, aveva assunto come punto di riferimento spirituale Giardinelli e Giumarra.
La città di Caltagirone pensava, quindi, di permutare i feudi della baronia di Camopietro, separati dalla città da enormi distanze, circa 50 chilometri dalle mura cittadine, con altri più vicini ad essa, per quotizzarli e farli coltivare direttamente dai contadini; ciò avvenne da lì a poco, per opera dell’amministrazione guidata da Sturzo, che permutò i terreni dell’ex tenuta della Gabella con quelli dell’ex feudo Libertini, più vicino a Caltagirone, per meglio consentirne il godimento ai caltagironesi. La chiesa della Gabella venne così trasferita a privati; prima a Libertini, il quale vendette poi a Sardo.
Per cui l’atto deliberativo citato dispose: «l’assistenza religiosa di quelle località si può ridurre alla semplice Messa Domenicale e a qualche festa solenne estiva […] lasciando alla Gabella solamente un cappellano che celebri la Messa tutte le Domeniche e feste religiose per comodità religiosa di quegli abitanti».
La necessità della nuova parrocchia, riconosciuta dall’autorità ecclesiastica e da quella civile, è dimostrata dal numero degli abitanti, 3.500 circa, residenti nella frazione, distante 25 Km. dal centro cittadino di Caltagirone, senza viabilità conveniente, per cui i fedeli non potevano attendere con agevolezza alle pratiche di culto e non avevano alcuna assistenza spirituale.
Il consiglio comunale della città di Caltagirone, guidato da Sturzo, il 31 marzo 1908 approvò pertanto la proposta di domandare a monsignor vescovo di Caltagirone, di erigere con suo decreto, munito di regio assenso, regolare parrocchia a Mazzarrone, precisamente nella chiesa già esistente dedicata a San Giuseppe, nella borgata Piano Chiesa, territorio di Caltagirone, trasferendovi il diritto di patronato del comune per la nomina del parroco, del cappellano e del sagrista e per il suo mantenimento parte del beneficio parrocchiale e cioè degli oneri che prima corrispondeva alla chiesa della Gabella.
La parrocchia avrebbe accolto le anime delle terre di Mazzarrone, Mazzarronello, Granieri e Santo Pietro, che all’epoca ascendevano a circa seimila, e su quelle località avrebbe avuto giurisdizione canonica, con sede nella chiesa dedicata a San Giuseppe, trasferendovi il beneficio parrocchiale esistente alla Gabella.
La proposta venne accolta favorevolmente dal vescovo monsignor Damaso Pio De Bono che con bolla del 29 luglio 1908 eresse a Mazzarrone, nella borgata Piano Chiesa, una nuova parrocchia dedicata a San Giuseppe a cui favore trasferì parte del beneficio parrocchiale e il diritto di patronato del Senato caltagironese il 2 settembre 1792, per atto del notaio Carlo Maiorana, a favore della chiesa intitolata alla Beata Vergine Maria de Conadomini, nel feudo della Gabella. Il vescovo del tempo nell’emettere il decreto di trasferimento di parrocchia dalla Gabella a Mazzarrone ne chiese l’assenso reale. Il decreto vescovile del 29 luglio 1908 ebbe il regio assenso del re Vittorio Emanuele con R.D. del 23 marzo 1909.
Lo status di chiesa parrocchiale pervenuto alla parrocchia San Giuseppe era lo stesso della chiesa della Gabella, ma il beneficio fu più ampio. Il vescovo di Catania monsignor Corrado Maria Deodato de Moncada (1773-1813), però, eleggendo la chiesa della Gabella a parrocchia, aveva concesso al curato la facoltà di amministrare solo quattro sacramenti, con l’esclusione di assistere ai matrimoni. La restrizione scaturiva dal fatto che il cappellano, addetto a quella parrocchia, non era parroco, ma esercitava il suo ministero ad instar parochi, cioè «come un parroco, a modo di parroco», per mandato del vescovo, e non godeva di un beneficio perché carente di poteri giurisdizionali (e non godeva dell’inamovibilità) e per tale riconoscimento sorse contesa tra gli ultimi cappellani e il comune. Il Vescovo di Catania era il parroco della parrocchia. Questa restrizione non ci fu a Mazzarrone perchè il vescovo monsignor De Bono, invece, stabilì per il parroco della nuova parrocchia, a differenza della parrocchia della Gabella, «tutti i diritti e i doveri che competono canonicamente agli altri parroci, ivi compresi i diritti di stola».
Gli artefici del trasferimento parrocchiale e pertanto i fondatori della parrocchia San Giuseppe sono quindi don Luigi Sturzo (pro sindaco dal 1905 al 1920 e presidente del Consiglio comunale il quale avanzò la proposta con delibera del 31 marzo 1908 la quale stabiliva il trasferimento del beneficio parrocchiale dalla chiesa della Gabella in territorio di Ramacca a Mazzarrone) e mons. Damaso Pio De Bono.
La ricerca relativa al trasferimento parrocchiale ha fatto emergere le lettere di don Luigi Sturzo che documentano che lo stesso mostrò interesse a tale trasferimento sin dal 1904, prima ancora di essere pro-sindaco, come capo del Centro Cattolico Consiliare.
La Croce di Costantino, in un articolo del 31 agosto 1908, dà la notizia circa la visita di don Sturzo alla terra della Gabella, che lo stesso effettuò probabilmente per verificare personalmente lo stato dei luoghi subito dopo il trasferimento del beneficio parrocchiale e in vista della permuta dei feudi comunali (che seguì all’atto della traslazione parrocchiale), con altri più vicini alla città di Caltagirone, allo scopo di meglio consentirne il godimento ai caltagironesi.
Con l’erezione a parrocchia invece, nel 1909 della chiesa madre di Ramacca, dedicata alla Natività di Maria Santissima, ad opera di mons. De Bono ed a causa del graduale popolamento del nuovo paese e il lento spopolamento delle zone rurali, ed a seguito del trasferimento del beneficio parrocchiale dalla Gabella a Mazzarrone, appunto per spopolamento, la parrocchia madre di Ramacca inglobò nei confini territoriali della parrocchia anche la contrada della Gabella e la chiesa omonima.
Con la comunità di Ramacca Mazzarrone è pertanto storicamente e idealmente legato in un rapporto che accomuna vicende religiose, storiche e sociali.
A cura della Dott.ssa Santina Paradiso (ricercatrice storica).